Solo un gioco.

Hai iniziato tu o ho iniziato io?
Mi ricordo sempre tutto, me lo dici sempre, ma non mi ricordo come sia iniziato. Facciamo finta che hai iniziato tu, con Chiamami col tuo nome e Il voltapagine.
Ma questo è il mio territorio. Ho fatto strike con Nella casa del pianista – ti ho regalato la mia copia; ti è piaciuto anche Il buio oltre la siepe (ma credo tu te lo sia tenuto per ragioni sentimentali, più che per meriti letterari). Sono seguiti: Nel mare ci sono i coccodrilli – a quel punto avevo imparato le regole del gioco e ti ho regalato una copia in occasione di un tuo viaggio; e poi Accabadorasu cui inizialmente hai tentennato e solo la reputazione che mi ero guadagnata con i successi precedenti ti ha sostenuto e te lo ha fatto apprezzare.

Giocavo sul sicuro, scegliendo tra le mie letture romanzi di consolidata reputazione. Poi ho letto Missiroli, Atti osceni in luogo privatoe ne sono rimasta folgorata. L’ho letto in tre ore, una domenica pomeriggio. E al tuo viaggio successivo te l’ho regalato. Avevo grandi aspettative, l’avresti amato come me, non poteva essere altrimenti.
E invece. Si è incagliato in una secca della nostra amicizia, o in un tornante della tua vita, vai a capire. Ci hai messo mesi e mesi per leggerlo, e sì, alla fine mi hai detto che ti è piaciuto, ma l’effetto dirompente che aveva avuto su di me su di te non si è replicato.
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Il questionario

Ho scritto spesso di Sequela. Stamattina sono andata a ripescare i post più significativi e li ho messi in evidenza nella slider, così, perché mi pareva carino mettere in ordine casa prima di domani. Come quelli che lavano l’auto prima di andare in vacanza, anche se lo sanno che l’indomani, dopo un’ora di autostrada, il parabrezza sarà costellato di cadaveri di insetti spiaccicati. Eppure.

Il mese scorso sono stata a Londra, a casa di Bea. Eravamo seduti intorno a un tavolo e parlavamo di questo  [fate clic e dateci un’occhiata, già che ci siamo] e io ho detto che per me lo scrittore racconta il mondo come lo vede, senza giudicarlo. Nessuno è stato d’accordo con me. Non ne sono rimasta sorpresa: è così da quattro anni buoni.
Eppure io continuo a pensarla così.

Non ripeterò il perché del questionario – l’ha detto così bene Giulio qui; né mi dilungherò sull’identificazione tra me e Giorgio – anche questa è storia vecchia. Dirò solo una cosa che penso di non aver mai neppure razionalizzato: questo è il mio meglio. Continua a leggere Il questionario

Lavori in corso

L’amore è eterno, finché dura. Per noi, che non siamo gente da ricorrenze, 38 è la temperatura oltre cui è consigliabile dare la tachipirina alle bambine, ma nemmeno su quello siamo fiscali, specie se il giorno dopo c’è scuola e non sappiamo a chi lasciare la piccola malata.

L’altro giorno pensavo a questo 38 – che fa rima con il mio 36 – e non ne ero persuasa. Ho anche rifatto i conti per essere sicura. Come ci siamo arrivati, fino a qui, per me è un mistero. Non solo perché hai la curiosa tendenza a imboccare strade ad alta percorrenza contromano, quando è buio. E non è nemmeno perché tutti i pronostici ci davano perdenti, tanto noi dei pronostici di chi credeva di sapere chi fossimo ce ne siamo sbattuti altamente. Come dice Freccia, d’altra parte, non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri, e infatti nemmeno ora io m’azzarderei. Mi limito a guardare il tuo cantiere, e tu il mio, e se ho un dubbio ti chiedo.

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Thank you

Un piatto gigante di noodles e i maledetti dumplings. L’uomo in mutande che faceva la spesa a Marylebone. Sederci sul bus a due piani, proprio in posizione turista, e – non te l’ho detto – il panico quando sembrava che l’autobus svoltasse dalla parte sbagliata. Atterrare a Bergamo, salire in macchina e pensare che anche qui va tutto al contrario. La fabbrica di sigarette in stile new egyptian con i gatti neri sulla facciata. La sfilata di modest fashion e la battuta sui burka. Le vesciche ai piedi e i polpacci duri. Parlare così a lungo che ti si secca la lingua. Con la scusa di goderci il sole, sederci a riposare e parlare di omofobia e maschilismo. Raccontare perché una cosa mi rende infelice e rendermi conto che è tutta una mia paranoia. Parlare di sesso, di figli, di Kodak e business model. Comprare un abito a Spitafields market e non poter aspettare che sia la stagione giusta per metterlo. I significati nascosti delle ginocchia al petto. Imparare a cucinare il pesce e tornare a casa ad esercitarsi con la trota salmonata. Dover aspettare mercoledì per dare a Marta il regalo più bello di sempre. Le fatine che volano, i figli che mancano ma anche no, mangiare un bagel con falafel, salsa di mele e rocket salad. Progetti: in corso, futuri, impossibili, insomma proprio tutti. Il caso che ci ha fatto incontrare e quel modo di riconoscerci anche dopo anni, simili. I libri, tanti libri, persino le edizioni critiche.
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Scoprire che il più bel posto del mondo è quello dove ti senti a casa, e ti senti a casa tutte le volte che non hai bisogno di inventare una te migliore, perché quella che sei è sufficiente.

A change is as good as a rest.

Ho una cartina e una guida. Una tessera per i mezzi pubblici, un pigiama, della biancheria intima e una maglietta di ricambio (tutto in uno zaino).

Cani? No.

Gatte? No.

Bambine? No.

Marito? No.

Il telefono sì, il computer no. L’altra sera facevo alle mie figlie quell’intervista che gira su internet e alla domanda: “Cosa mi piace fare?” Emma ha risposto: “Lavorare”. Niente lavoro, nemmeno uno straccio di pensiero residuo. Solo io, e lo zaino con quelle quattro cose.

Non potremmo mai viaggiare insieme, mi ha detto, scuotendo la testa. Ma no, ho pensato, abbiamo fatto un po’ di strada insieme. Ma ora siamo a un bivio. Io vado.

Mi aspetta un’amica, che mi ospita e si prepara ad ascoltarmi – spero. E viceversa. Non vado solo per il Caravaggio e la Vergine delle rocce. Vado perché ho bisogno di una prospettiva diversa e non so mettermi a testa in giù come Big Hero 6.

Vado perché so che con le stesse scarpe per diverse strade o con diverse scarpe su una strada sola. So che posso cambiare tutto mille volte perché quello è sempre e per sempre.

Quindi vado. E torno.

Giorni di vetro

Ci giriamo intorno, in punta di piedi come un branco di brutte ballerine. O giovani zanzare. Lo chiami corteggiamento, o attesa, o pensiero positivo, oppure fare finta che, oppure, oppure niente.
It’s life. Un’auto con il cambio automatico scarso, come la mia yaris. Che sale, sale, sale e poi cambia con uno strappo. Sento la lacerazione, aspetto il resto.

Sto raccogliendo mazzi di ipotesi, li metto lì e li contemplo. Poi faccio una lista delle cose che posso fare, tutte le cose che potrebbero innescare il cambiamento e anche tutto quello che devo lasciare per essere pronta a lanciare questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno…
Non sono solo le canzoni, non è solo mia figlia che canta con le mani io posso fare castelli, è che mio padre seppellito tanti anni fa, e io torno e non so che sto tornando fino  a che non mi ci ritrovo.
Allora ti dico che voglio andare lì e tu mi ci porti senza fare domande. Questo cimitero è bello, sorrido perché so a chi piacerebbe.

Hai visto Maleficent?, se non hai visto Maleficent non puoi capire, gli dico. Perché c’è quella cosa delle ali. Che lei si fida e lui le ruba le ali. E lei diventa cattiva? No, lei diventa più forte. Ma non rubarmi le ali, se mi fido di te. Per favore.

Cosa vuoi che ti dica, è l’età ingrata, finché si tinge i capelli di blu è niente. Ma se invece si vuole fare un tatuaggio o un piercing? Poi non si torna indietro. Perché se si potesse  togliere, oppure cambiare, allora non ci sarebbe problema, ma una volta che lo fai è PER SEMPRE.
Non c’è niente che sia per sempre, un MBA per reagire. E fattelo un tatuaggetto. Ma non te lo dico, perché ho dieci anni meno di te e non abbiamo gli stessi riferimenti culturali. Non capiresti. Allora sorrido. Continua a leggere Giorni di vetro

Puzzle

Conta. Metti in fila. Riprova. Mettiti nelle mie scarpe, misura i miei vestiti, stanno larghi? Sì, sono un po’ più, come si dice, corpulenta – oppure solida, o piantata; oppure hai sbagliato le misure, quando le hai prese. Si cambia, il tempo allarga i fianchi, sbianca i capelli, le sue unghie segnano l’epidermide, piste lunghe sulla fronte e brevi, ma ramificate intorno agli occhi.

– Divento vecchia.
– Ancora quella storia delle figlie e del mutuo?
Potrei dirti un sacco di cose, per esempio: sai che quando dormo a pancia in giù le ossa delle spalle mi fanno male, proprio le ossa, non mi era mai successo prima. Oppure che ho sempre più spesso il torcicollo, o che devo usare gli occhiali per lavorare al pc, altrimenti non vedo quasi niente. E odio le nutrie. Ma quello forse anche prima.
– Dormiamo abbracciati. Tutte le notti.
– Carino. Non so se dica qualcosa sulla tua età. Però carino.
– Ma strano. Non l’ho mai fatto prima. Continua a leggere Puzzle

Secret life.

Non siamo le persone che crediamo di essere, o le persone che gli altri pensano che siamo. Non c’è corrispondenza tra l’idea e l’essenza, se non occasionale, o determinata a priori da un atto della nostra stessa volontà.
Se il nostro io intimo è quasi totalmente sconosciuto a noi stessi, infatti, a maggior ragione lo è agli altri. L’altra sera, alla ricerca di un conforto o di un espediente per ricacciare in fondo alla coscienza il pensiero dell’imminente ritorno in ufficio, abbiamo guardato il film Perfetti sconosciuti, un film italiano che come tanti cerca di scavare nel profondo della nostra coscienza e invece, molto più prosaicamente, ci offre quattro emozioni confezionate e una facile distrazione.
La trama è semplice, al limite del prevedibile: sette amici – tre coppie e un single – si ritrovano a cena e decidono, per gioco, di mettere al centro del tavolo i cellulari, di leggere tutti i messaggi di tutti e di ascoltare in vivavoce le eventuali telefonate. Continua a leggere Secret life.

In mancanza di una definizione

Le persone della mia vita hanno gambe, braccia, capelli, scrivono cose buffe o cose triste, o cose felici. Le persone della mia vita leggono libri, ascoltano musica, vanno a teatro, fanno uno sport. Hanno profumi, hanno accenti, hanno maglioni a trecce, scarpe con il pelo, giacconi pesanti, camicie azzurre oppure a righe, hanno occhiali, auto, allergie, fissazioni. Molte di queste, direi.

Le persone della mia vita mi piacciono. D’istinto. Non tutte le persone che mi piacciono sono le persone della mia vita, ma tutte le persone della mia vita mi sono piaciute subito, d’istinto.

Le persone della mia vita non so se lo sanno di esserlo e non glielo dico, perché sembra una cosa seria, se la dici. Invece se la pensi e basta, rimane una cosa vera, ma semplice. Rimane una cosa vera, senza responsabilità, senza aspettative, ché poi è un po’ il senso.

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[le parole sono importanti]

☆ Pensieri Sparsi di una Psicopatica ☆

●○•°La mia mente è un turbinio di parole sparse che cercano un senso°•○●

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Rendez moi

Ora ho un contratto con gli angeli, e ti ritrovo di sicuro vita, in qualche mese d’agosto accecante, o in un tempo meno illuso che vuoi tu (I. Fossati)

Arditi Sentieri

Vivi come se tu dovessi morire subito, pensa come se tu non dovessi morire mai.

Il Salvadanaio di Super Mamma

A spasso tra il verde Abruzzo e l'azzurra Sardegna, Mattia e Mamma Francesca chiacchierano di storie di cibo e di vita quotidiana.

il pane e le rose

questo è il mio nuovo blog, ha lo stesso nome del vecchio perchè non ho ancora smesso di volere pane e rose

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Ella lo colpì con un mestolo (cit.)

vibrisse, bollettino

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