Il non qui

Quest’anno le vacanze al mare sono arrivate di sorpresa. Di solito le sospiro a lungo, provo l’agonia del sentirle lontane e invece quest’anno mi sono capitate tra capo e collo, quando ancora non avevo ben chiaro cosa farò, nè cosa vorrei fare.

Questa parentesi dunque amplifica la sensazione di non essere, di non appartenere, di non essere compiuta. Il Liga dice: ” Il meglio deve ancora venire” e forse ha ragione anche nel mio caso. 

Il meglio verrà quando saprò cosa mi aspetta da settembre, il meglio sarà dopo la fine di Sequela, Il futuro è dall’altra parte della strada: non appena diventa verde, attraverso.

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Bottega

Non ho mai scritto un romanzo.

Ci ho provato due volte (anzi tre). Ma non è a questo che mi è servita la Bottega.

Quando mi sono candidata, non chiedevo alla scrittura, alla Bottega, di cambiarmi la vita. Anzi. Lavoro, casa, famiglia: mi piaceva tutto. Volevo però dare maggiore spazio all’hobby della scrittura, un pallino che avevo fin da piccola e a cui non avevo mai dato il giusto spazio. Cercavo di legittimarlo.

D’accordo con Luca, ho inviato un progetto. Senza l’appoggio di mio marito non avrei mai potuto farlo, perché nello stesso periodo pensavamo di allargare la famiglia. Così ho frequentato la Bottega, una sola retta per me e per Marta. All’incontro con Michele Mari [uno degli interventi più affascinanti dell’intera annata] ero all’ottavo mese inoltrato.

Il mio progetto era una cosa, ne è diventata un’altra e solo ora (sono passati più di due anni) ritrovo in quello che ho scritto l’intuizione dell’inizio. In mezzo, molto studio. Per i primi otto, dieci mesi non ho fatto altro se non leggere, leggere, leggere. A ogni colloquio con Giulio, tornavo a casa con nuovi suggerimenti di lettura, e altri ne ho raccolti per strada, grazie alle persone con cui mi sono confrontata. Ho letto cose molto belle e anche molto brutte.

Correvo il rischio di restare sommersa dalle letture e dalla vita privata [la nascita di Marta, il rientro al lavoro, gestire due figlie, la casa, il lavoro ecc..], ma ho avuto una grande alleata, lettrice complice e scrittrice di talento: Isabella. Perché il bello della bottega (e Giulio lo dice proprio nel corso della prima ora di lezione del primo giorno) è far uscire lo scrittore – o aspirante tale – dalla presunta solitudine della sua condizione.

Quando dico o penso questa cosa, non posso evitare di pensare a Giovanni e al suo “Masnago”: nei primi incontri abbiamo discusso a lungo della sua storia, se fosse possibile o no e se sì, come. Quelle discussioni non l’hanno distolto dal suo proposito, non l’hanno scoraggiato, ma hanno influito sul risultato finale.

Sarebbe davvero riduttivo ringraziare Giulio – e Gabriele – solo per le lezioni impartite, il tempo speso, le letture suggerite, il supporto, il crederci quando io non ci credevo, ma con la discrezione di aspettare sempre che fossero miei i tempi con cui questo avveniva (e avviene). Già questo sarebbe tanto, in effetti. Ma la Bottega non è fatta solo di discussioni sulla trama e sullo stile, ma anche di pranzi al cinese all’angolo (credo che sia la cosa che mi manca di meno), lunghe conversazioni de visu, o su FB, legami che restano.

Non ho mai scritto un romanzo, ma ora ci sto provando sul serio. Per questo mi è servita la Bottega.

 

 

La sera prima

Quel momento in cui tutto può accadere.

Non succederà niente, magari, oppure esattamente quello che desideri, vai a sapere.

La sera prima, quando lo immagini, vale tutto. Vale che per scaramanzia non ci pensi, o che ti reciti il discorsetto che hai pensato.

Insomma vale tutto.