24

Sono fissata con i numeri, le ricorrenze, le coincidenze di tipo numerico. A ciascuno le sue ossessioni. D’altra parte ricordo l’anno del Congresso di Vienna, i codici di catalogo a 6 o 8 cifre cui sto lavorando, i numeri di cellulare (escluso il mio).

E se c’è una data importante nella mia vita è il 24 giugno, per almeno due buoni motivi. Due motivi consistenti. Il primo è che il giorno in cui è nata Emma, e di conseguenza il giorno in cui siamo diventati tutti un’altra cosa, per sempre. Era in potenza il nostro essere genitori? Credo di sì, ma solo quando lei è nata, con la sua testa oblunga e la sua faccia da marziano, lo siamo diventati davvero. (Preciso: dopo un paio d’ore è diventata bella, ma a me lo è sembrata fin dal primo istante).

E poi, di nuovo, 3 anni dopo, il 24 giugno era una domenica e siamo Continua a leggere 24

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Il non detto

Avevo ipotizzato di preparare un post al giorno per i sette giorni della settimana, una specie di count down anti-manifestazione del 20 giugno. Poi il progetto è sfumato, sommerso da una serie di urgenze minime e personali, lavorative e non.

Tutto questo baccano ha iniziato a sembrarmi solo chiacchiericcio. In fondo è lo stesso rischio che corre la manifestazione: l’irrilevanza. Forse i numeri di sabato saranno importanti, ma non decisivi per un cambiamento che, prima che politico, è sociale.

Il problema non sono le unioni tra persone dello stesso sesso e nemmeno la grande farsa dell’ideologia gender insegnata a scuola (me le vedo le maestre di Milano, Torino, Lodi, Pavia, Parma, Fiesole, Ladispoli, Napoli, Caserta, Cosenza, Lecce, Catanzaro, Messina e Palermo incitare i bambini a palparsi e a dichiararsi gay. Siamo seri: da dove salterebbero fuori ste maestre, se due uomini per strada non possono baciarsi senza essere additati! Le hanno forse noleggiate le lobby dalla Spagna? Lo escludo).

Il problema è quello che nessuno dice chiaramente, quello cui si accenna con formule ambigue quali “la complementarietà tra uomo e donna”. Non intesi come due soggetti di una coppia, non intesi come Federica e Luca e le loro caratteristiche, bensì come due universi paralleli obbligati a recitare ognuno il proprio ruolo.

Io, che ho due figlie, auspico che questa ambiguità venga svelata e che siano demoliti i pregiudizi di genere, quelli che echeggiano anche nelle pubblicità dei pannolini. A scuola, a casa, al parchetto: ovunque.

Non sarà chi grida di più a vincere. E domani fate una bella gita, leggete un libro, andate in piscina. Meglio godersi la vita, piuttosto che dire agli altri come viverla.

Tipi da parchetto – parte due

La mamma inspector-gadget: approda al parchetto con un passeggino e due figlie. Non c’è nessun altro a parte voi, perché è sabato ed è quasi ora di pranzo. Lo dice anche lei, parcheggiando il mezzo all’ombra e facendo scendere la più piccola: “Bambine, solo dieci minuti, perché poi andiamo a preparare il pranzo per papà”. Si tratta di una vera e propria missione alla Tom Cruise: la mamma aiuta la piccola a fare i gradini, la grande l’aspetta in cima per scivolare insieme giù dallo scivolo dei piccoli. Poi è il momento altalena, quindi entrambe le bambine vanno sull’altalena e la mamma diligentemente le spinge, senza dar tregua alle orecchie di nessuno. Illustra quello che stanno facendo e quello che faranno. Tutte giù dall’altalena, è ora di raccogliere i fiorellini. Poi la grande starnutisce una volta, due, tre volte. La mamma non dice niente. Solo al quarto starnuto, la bambina chiede un fazzoletto. La mamma esita, si avvicina al passeggino astronave ed estrae nell’ordine: acqua, succo, pannolini, un ciuccio, due cappellini, tre sonaglini. Niente fazzoletti. Infili la mano nella borsa, afferri il pacchetto di fazzoletti e stai per offrirlo quando la mamma inspector gadget esclama: “Prendi questo. L’ho usato una volta sola, è pulito”. La figlia sta per protestare: il fazzoletto è tutto ciancicato, giaceva sul fondo della tasca dei jeans da alcune ere geologiche.
“Forza, è ora di andare. Papà sarà a casa e aspetta il pranzo. Andiamo”. Carica le figlie sul passeggino e via sulla strada di casa. Sono stati cinque minuti decisamente intensi, pensi.

Fosse, che ne so, Patrick Dempsey… e invece no.

L’altro giorno ho detto che sono sposata da otto anni e la persona che era con me ha commentato: “Che palle!”. Abbiamo riso, insieme. Che palle è il commento giusto, ho pensato, perché fa ridere e allo stesso tempo è verissimo. Quasi metà della mia vita l’ho condivisa con la stessa persona.
Fosse l’uomo perfetto, fosse – che ne so – George Clooney, o Patrick Dempsey, non vedrei l’ora di passarci l’eternità, è chiaro.

Ma un uomo normale può reggere il “per sempre”? Continua a leggere Fosse, che ne so, Patrick Dempsey… e invece no.

Danza delle ombre felici – Alice Munro

Una raccolta di racconti. Non è il mio genere preferito: sono quelli come me che alimentano la leggenda secondo cui le raccolte di racconti non vendono. Il fatto è che, come lettrice, mi piace trovare un legame emotivo con i personaggi e non amo abbandonarli dopo quindici pagine. Quando capisci tutto, è ora di ricominciare da capo. Lo trovo seccante.

Questa raccolta è una felice eccezione. Deve essere perché i racconti della Munro poggiano su un immaginario solido da far invidia o sarà perché sono scritti così bene che li trangugi uno dietro l’altro, come le ciliegie.

La Munro scava un vuoto nel mezzo delle parole, nel mezzo della narrazione, un buco nero invalicabile e per questo estremamente attraente. Non è quello che racconta, e nemmeno come lo racconta: è quello che omette di raccontare, è quel passo in più, quello sforzo di empatia richiesto al lettore il valore aggiunto.

Quindici racconti per duecentoquarantotto pagine. Segnalo – non posso evitarlo – LO STUDIO. Non è più bello degli altri, non è scritto meglio, ma tocca una tematica che mi sta a cuore, una tematica di genere.

Se poi ancora non siete convinti, giusto per darvi una motivazione ulteriore, la Munro ha vinto il premio Nobel. Leggete i suoi racconti sul treno, sul metrò. sull’autobus, al parchetto, in piscina, sotto l’ombrellone e sarete subito intellettuali!

Tipi da parchetto

La stagione del parchetto è iniziata e la mia esperienza dice che, se li conosci, li eviti:

– la mamma-stalker: ti inquadra da lontano e ti chiede se sulla panchetta dove sei seduta c’è ombra. Le lasci il tuo posto, perché lei ha un bebé. Cautamente ti allontani, tra le sue proteste: “No, ma resta. Davvero, io non devo sedermi. Solo che fa molto caldo, senti che caldo? Per lei, l’ombra, non per me.” Non reagisci e ti sposti. Un po’ delusa, la nostra mamma-stalker fa una telefonata fiume, raccontando ogni minuto secondo delle ultime ventiquattro ore. Ti immagini che l’interlocutore abbia appoggiato il telefono da qualche parte e stia guardando una telenovela, ma l’occasione è ghiotta per allontanarti un altro po’, ché di pappe e cacche hai già fatto il pieno di tuo. Quando la telefonata finisce, Continua a leggere Tipi da parchetto