Facciamo così.

Avevo cinque anni, tu quattro. Io grembiule giallo, tu verde. Eri più alto di me anche alla scuola materna. Un bambino mi spinge. Barcollo all’indietro, ma non cado. Poi spinge te, che sei proprio alle mie spalle. Piangi. Allora io gli restituisco lo spintone, forte abbastanza per ripagarlo di quello dato a me e di quello dato a te. Cade e picchia la testa contro il calorifero. Continua a leggere Facciamo così.

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Go lightly

Per tutta la sera ho atteso che fossimo soli. A cena, con altri che ho scordato appena richiusa la porta alle nostre spalle, abbiamo bevuto un po’, ma non troppo: un paio di bicchieri di bianco, un amaro in due. Tu guidi, io sedile passeggero. Parcheggi in corso Italia. Fino a Brera saltello tra grate e sanpietrini infidi, ammiro le luminarie, ascolto con un orecchio solo le tue spiegazioni, perché ti piace fare da cicerone. Ci mischiamo con altri, per bere un Cuba, io, e un’acqua tonica, tu. Seduti a un tavolino, osserviamo le altre coppie. Vorrei che fossimo come quelli intorno a noi e invece no. Continua a leggere Go lightly

Giochi.

Ho imparato a fare la ruota! mi ha detto l’altro pomeriggio rientrando da scuola. Fammi vedere. Ma mamma, non qui, mi faccio male.

Fingendo di leggere, mi fermo ad ascoltare le bambine che giocano. Io faccio il cane e tu fai il padrone; no, adesso voglio farlo io. Il cane scappa in corridoio, il padrone lo rincorre per riportarlo a casa. La grande sale in groppa alla piccola, che soccombe ma non molla e la trasporta per qualche passo nel corridoio, le braccia ben tese, le gambe che strisciano.

Facevamo un gioco: prima io portavo lei e poi lei portava me. Un giro interno del tappeto: il bordo nero era la nostra pista. Iniziavo io e facevo tutto il giro. A metà del giro, i polsi mi facevano male. Quando veniva il suo turno, si metteva carponi, io montavo in sella e lei si accasciava, ventre a terra. Prova a fare un passo, le dicevo, provaci, anche solo un pezzettino. Ti faccio fare un altro giro, ma poi prometti che mi porti. Prometti? Prometto. Forse è così che ho imparato a caricarmi tutto sulle spalle, non importa quale sia il peso; forse è allora che ha pensato che io l’avrei sempre schiacciata, per gioco o per davvero.

La mamma è mia, dice la piccola. Mi stringe con le sue braccia cicciotte, le sue guance chiamano i baci, ho paura che se non la stringo abbastanza, spesso e forte, scapperà via. Diventerà troppo alta per essere sollevata e abbracciata tutta in un solo momento e le mie braccia si dimenticheranno com’era l’impronta di quella versione di lei. Le braccia, il corpo, dimenticano troppo in fretta, penso.