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Solo un gioco.

Hai iniziato tu o ho iniziato io?
Mi ricordo sempre tutto, me lo dici sempre, ma non mi ricordo come sia iniziato. Facciamo finta che hai iniziato tu, con Chiamami col tuo nome e Il voltapagine.
Ma questo è il mio territorio. Ho fatto strike con Nella casa del pianista – ti ho regalato la mia copia; ti è piaciuto anche Il buio oltre la siepe (ma credo tu te lo sia tenuto per ragioni sentimentali, più che per meriti letterari). Sono seguiti: Nel mare ci sono i coccodrilli – a quel punto avevo imparato le regole del gioco e ti ho regalato una copia in occasione di un tuo viaggio; e poi Accabadorasu cui inizialmente hai tentennato e solo la reputazione che mi ero guadagnata con i successi precedenti ti ha sostenuto e te lo ha fatto apprezzare.

Giocavo sul sicuro, scegliendo tra le mie letture romanzi di consolidata reputazione. Poi ho letto Missiroli, Atti osceni in luogo privatoe ne sono rimasta folgorata. L’ho letto in tre ore, una domenica pomeriggio. E al tuo viaggio successivo te l’ho regalato. Avevo grandi aspettative, l’avresti amato come me, non poteva essere altrimenti.
E invece. Si è incagliato in una secca della nostra amicizia, o in un tornante della tua vita, vai a capire. Ci hai messo mesi e mesi per leggerlo, e sì, alla fine mi hai detto che ti è piaciuto, ma l’effetto dirompente che aveva avuto su di me su di te non si è replicato.
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Esile

L’altra notte sono stata vittima di un attacco di bulimia narrativa, malattia che mi piglia non di rado, ma nemmeno così frequente. Tra le cinque e l’ora di cena ho letto circa 70 pagine di “Chiamami con il tuo nome” di Aciman. Le restanti 200 mi hanno tenuto compagnia tra mezzanotte e mezza e le tre del mattino.

Non sono i meriti letterari che mi hanno causato l’indigestione: il romanzo mi è stato prestato e caldamente consigliato, quindi avevo delle implicazioni personali da sciogliere.
Il mattino successivo ho preso degli appunti, per sistematizzare le mie impressioni, e mi sono accorta che involontariamente paragonavo il romanzo di Aciman a “Il popolo di legno” di Emanuele Trevi. Continua a leggere Esile

Danza delle ombre felici – Alice Munro

Una raccolta di racconti. Non è il mio genere preferito: sono quelli come me che alimentano la leggenda secondo cui le raccolte di racconti non vendono. Il fatto è che, come lettrice, mi piace trovare un legame emotivo con i personaggi e non amo abbandonarli dopo quindici pagine. Quando capisci tutto, è ora di ricominciare da capo. Lo trovo seccante.

Questa raccolta è una felice eccezione. Deve essere perché i racconti della Munro poggiano su un immaginario solido da far invidia o sarà perché sono scritti così bene che li trangugi uno dietro l’altro, come le ciliegie.

La Munro scava un vuoto nel mezzo delle parole, nel mezzo della narrazione, un buco nero invalicabile e per questo estremamente attraente. Non è quello che racconta, e nemmeno come lo racconta: è quello che omette di raccontare, è quel passo in più, quello sforzo di empatia richiesto al lettore il valore aggiunto.

Quindici racconti per duecentoquarantotto pagine. Segnalo – non posso evitarlo – LO STUDIO. Non è più bello degli altri, non è scritto meglio, ma tocca una tematica che mi sta a cuore, una tematica di genere.

Se poi ancora non siete convinti, giusto per darvi una motivazione ulteriore, la Munro ha vinto il premio Nobel. Leggete i suoi racconti sul treno, sul metrò. sull’autobus, al parchetto, in piscina, sotto l’ombrellone e sarete subito intellettuali!

Carrère, di nuovo.

Lo scorso weekend ho chiuso con Carrère, almeno con quello che sono riuscita a recuperare. Infatti la biografia di Philip Dick è attualmente fuori catalogo. Forse potrei cercarla in francese, ma, lo confesso, Carrère mi ha un po’ stufato.

Procedendo con ordine, il mio, di seguito un breve commento a ciascuno dei romanzi che ho letto (e uso romanzi in senso lato):

Limonov: il protagonista è così azzeccato che riesce a far tacere per lunghi tratti l’io altrimenti pervasivo della voce narrante. Una storia appassionante.

Vite che non sono la mia: prima di pagina 50 singhiozzavo in modo indegno. Anche il lettore più esigente lascia da parte le questioni narrative e divora il libro, esattamente per quello che è: la cronaca di storie drammatiche che hanno sfiorato la vita di uno scrittore che sa quel che fa.

La settimana bianca: l’unica vera narrazione di pura invenzione. Inquietante e drammatico, è un racconto pieno di omissioni e silenzi. Il ragazzino che ne è protagonista, ancora una volta e non a sorpresa, è l’alter ego del narratore.

 La vita come un romanzo russo: quasi in modo impudico, il narratore non ci risparmia alcun dettaglio della sua crisi personale, con la fidanzata e con la sua famiglia d’origine e, in particolare, con il nonno materno, uomo dal destino oscuro. Appassionante, sì, ma alla fine cosa ti lascia?

L’avversario: finisce in fondo alla classifica, non per carenza di doti tecniche (quelle a Carrère non mancano mai) ma perchė il caso al centro della narrazione è piuttosto morboso.

Facciamo un gioco: per varie ragioni (la brevità, il fatto che sia incluso in La vita come un romanzo russo, le più rilevanti) è non classificato. Da donna, poi, preferisco non pronunciarmi.

Alla fine di questa lunga maratona, credo di essermi fatta un’immaginazione di Carrère, il bambino insicuro che bagna il letto fino a ben oltre l’età in cui i bambini di solito lo fanno. Con una madre forse lontana o difficile da rendere orgogliosa, Carrère disperatamente cerca il successo e la fama. Anche le donne che frequenta sono chiamate a incarnare il successo che Carrère crede di meritare, è certo di meritare.

E lo merita. Carrère è uno stakanovista, uno che studia, studia, studia. Ne Il Regno, e in tutte le altre opere, Il narratore arriva a un punto in cui non può più tacere e deve far sapere quante ne sa. Allo stesso modo, deve mettersi in mostra, non può farne a meno.

D’altra parte, se uno fosse normale, invece di scrivere andrebbe a farsi un giro in bici.